
Italia 2019 - L'assuefazione alla paura
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Dall’ultimo Rapporto sulla sicurezza in Italia e in Europa (XI edizione), di Demos & Pi e Fondazione Unipolis, presentato il 25 febbraio 2019 emerge una sorta di stabilizzazione dell’insicurezza, in alcuni casi sembra esservi addirittura un’inversione di tendenza.
Le preoccupazioni degli italiani sono così ripartite: l’insicurezza globale – che comprende questioni quali l’ambiente, l’alimentazione, le guerre e la globalizzazione – detiene anche nel 2018 il primato nella graduatoria, spaventando tre persone su quattro (75%); in particolare, l’inquinamento (64%, 9 punti in più rispetto al 2017) e la distruzione dell’ambiente e della natura (60%) – seppur in calo, tra le preoccupazioni degli italiani rimane anche il terrorismo (34%, 10 punti in meno rispetto al 2017), preceduto dalla sicurezza dell’alimentazione (44%) e dalla globalizzazione (36%). Al secondo posto nella graduatoria si posiziona l’insicurezza economica (62%), relativa soprattutto all’incertezza sul futuro personale: di non avere o perdere la pensione (37%) di non avere abbastanza soldi per vivere (36%) e di perdere il lavoro (34%). Infine, al terzo posto si posiziona l’insicurezza legata alla criminalità (38%).
L'abbassamento di alcuni indici di insicurezza, tuttavia, non va interpretato come un preludio ad un’epoca di rassicurazione: siamo in realtà di fronte a quella che il sociologo Ilvo Diamanti, il direttore di questa indagine, definisce una normalizzazione emotiva.
In Italia nel 2012 è stato raggiunto il massimo livello di insicurezza percepita, a seguito degli effetti nefasti della Grande crisi. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un lieve recupero e assorbimento delle paure scoppiate nel periodo della crisi, attraverso il processo di “normalizzazione” emotiva di cui sopra.
Il sociologo nel suo commento al rapporto delinea bene il concetto: «Il minore impatto dell’incertezza sulla società potrebbe riflettere una crescente assuefazione. All’insicurezza e alla stessa paura, meglio, “alle paure”. Ormai interiorizzate, metabolizzate. Quasi “date per scontate”. Nella società e fra i cittadini. […] L’incertezza, le paure, dunque, generano meno incertezza e meno paura, nonostante continuino a pervadere la società, perché vengono “normalizzate”. Diventano elementi “normali”, non più “eccezionali”. È la “normalità”, oppure, per citare un riferimento nobile autorevole, Hannah Arendt, “la banalità della paura”. “Dell’insicurezza”. Che incide meno sul nostro sentimento per “abitudine”».
In sintesi, la società non ha smesso di guardare con inquietudine al futuro e allo stesso presente, semplicemente ha iniziato a convivere con questa inquietudine, come se le stagioni dell’ottimismo e della fiducia non appartenessero più al ventunesimo secolo.
il testo dell'articolo di Repubblica
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“Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.” Tratto dal libro “Media e Potere” di Noam Chomsky
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